Quest’anno, per il mio compleanno e per le finte ferie che (non) prendo abitualmente, mi ero ripromesso di fare il bravo evitando di bagordeggiare come faccio di solito, anche per cercare di restare con una silouette vagamente decente: per mantenere questa mia promessa, contrariamente al mio uso, mi ero, infatti, volontariamente astenuto da qualsivoglia prenotazione di peso.
Risultato?
In venti giorni, tralasciando il resto, sono riuscito a prenotare 7 ristoranti stellati: alcuni sono stati dei ritorni, mentre altri sono stati delle novità.
Ecco, quindi, un breve sunto di cosa ho combinato tra il 10 agosto e il 30 agosto 2025…
Al Gambero⭐️ (N)
Questa è stata la prima prenotazione totalmente estemporanea: ho chiamato nel primo pomeriggio per la sera.
Al Gambero di Calvisano è un ristorante che ho lungamente puntato, ma in cui non ero mai stato, probabilmente perché tutti quelli che me ne avevano parlato l’avevano definito “vecchio”.
Effettivamente, a differenza dell’età media degli avventori, non è un posto giovane: il tempo sembra essersi inesorabilmente fermato negli anni ottanta del secolo scorso (quanto mi fa impressione dire questa frase), sia nello stile di arredamento, erano, infatti, anni che non vedevo le sedie ricoperte, sia nel menù.
Tutto ciò, comunque, non è nascosto sotto un tappeto di finta innovazione, ma esposto in bella mostra, in maniera identitaria.
A mio modo di vedere, non c’è nulla di peggio di un menù dalle idee vecchie che si cerca di camuffare da nuovo: se vai Al Gambero, ci vai perché vuoi catapultarti in quel contesto e, secondo me, ne esci soddisfatto.
Piatto da ricordare: rognone con i funghi porcini.
Tanto buono e delicato quanto brutto da fotografare, tant’è che non l’ho scelto per questo articolo…
Senza una particolare personalità, invece, i ravioli di magro con pomodoro e crema di formaggio Maniva. Un pochino scialbetto.
Prezzi quasi d’altri tempi con un menù alla carta che consente di mangiare tre portate stando tranquillamente sotto i 100 euro.
Menù degustazione, che, francamente, non ho trovato particolarmente stimolante, vini compresi, a meno di 100 euro.
Servizio semplice, ma pulito e attento.
Niente pippe mentali o impostazioni inutilmente formali.
Un posto che vale tranquillamente la fermata e, peché no, anche un’oretta di strada…

(Crema di patate, caviale, mazzancolle e bottarga di caviale)
Peter Brunel⭐️
Mantengo la regola che mi sono imposto e, quindi, di Peter non parlerò più di tanto perché è un Amico.
Mi piace la sua cucina e mi piace il suo essere oste: almeno un paio di volte l’anno cerco di andare a mangiare da lui.
Piatto da ricordare: 1823 Parigi, Gioacchino Antonio Rossini e il Piccionò-Rossini
Pairing, anche con passaggi analcolici, molto interessante.

(Lofoten Island 2025)
Il Desco⭐️
Dopo quasi dieci anni, nonostante sia vicino a casa mia, ho deciso di tornare da Il Desco.
Anche in questo caso si è trattato di una prenotazione estenporanea: primo pomeriggio per la sera.
Arrivo al ristorante alle 19.45, in anticipo di qualche minuto rispetto all’orario previsto (20.00), e trovo il ristorante pieno di persone, quasi tutte straniere o, comunque, più mature di me: ebbene sì, mi ero dimenticato che facesse il servizio pre opera.
Non so se fosse per quello o per qualche altro strano motivo, ma le cotture delle prime due portate (verosimilmente anche della terza, ma ben camuffata), ossia quando il ristorante era ancora pieno degli ospiti del pre opera, erano sballate: ne l”insalatina di pesce fritto” la sarda fritta era quasi bruciacchiata (vedi sotto) rendendo così quasi amaro un piatto che altriumenti sarebbe stato piacevole, mentre nelle “mazzancolle al profumo di curry“, la mazzancolla era così gommosa che non riscivo quasi a tagliarla.
Assolte con formula dubitativa le “lumache e funghi in salsa alle erbe.
Il resto del menù, per quanto chiamato Generation, creato dopo l’ingresso in cucina del figlio di Enea, Matteo, non mi è parso particolarmente innovativo e non mi ha fornito spunti di particolare rilievo, apparendo, comunque, abbastanza datato nella sua concezione.
Degno di nota il bon bon di foie e la crema di mascarpone e gorgonzola che accompagnava il pane: ho fatto, letteralmente, la scarpetta…
Ci vediamo, forse, tra altri dieci anni, ma solo per la crema di mascarpone e gorgonzola.

(Insalatina di pesce fritto)
Local⭐️ (N)
Anche questa prenotazione abbastanza estemporanea… per il giorno del mio compleanno.
Come noto, ho una certa avversione per Venezia e, quindi, cerco di starci il più lontano possibile e, quindi, indirettamente e senza colpa, ho sempre snobbato il ristorante Local.
Non nascondo le che la mia curiosità è stata attratta soprattutto dal fatto che lo chef Salvatore Sodano, fratello di Francesco, entrambi di origini campane, abbia deciso di proporre una cucina basata principalmente sui prodotti locali.
Ne è venuto fuori un menù intrigante, tecnico, ma non onanistico, con le giuste punte di golosità: non posso nascondere che, a gusto personale, avrei preferito dei sapori più decisi, ma il locale, per quanto stellato, è a vocazione turistica (non nel senso negativo del termine) e, quindi, la scelta gastronomica, necessariamente, deve essere votata all’inclusività.
Piatto da ricordare: lingua di vitello, ricci di mare e cavolo rapa
Merita una menzione anche l’elica con carciofi, rognoni ed erbe amare che, però, non raggiunge il livello della lingua solo per via della cottura della pasta, troppo polentone style.
In realtà capisco bene la scelta dello Chef: come poc’anzi detto, per quanto il ristorante sia stellato e faccia fine dining, buona parte della clientela è turistica e, quindi, una cottura terrone style, che avrebbe esaltato di più il nerbo dell’elica, aggiungendo una piacevole noticina croccante, comporterebbe il serio rischio di vedersi rimandare indietro buona parte dei piatti.
Anche in questo caso, finalmente, un servizio giovane e non ingessato.
Carina l’idea, molto simile a quanto accade da The Fat Duck, di lasciare sul tavolo dei bigliettini con la spiegazione di alcuni piatti. Questi, però, te li puoi portare via come ricordo.
Amplissima selezione di the.
Prezzi, sia per la carta vini, che per il menù, in pieno mood veneziano…

(Lingua di vitello, ricci di mare e cavolo rapa)
Miramonti l’Altro⭐️⭐️
Come ho già avuto modo di dire più volte il Miramonti L’Altro è uno dei miei posti del cuore dove cerco di andare almeno un paio di volte l’anno.
Anche in questo caso, prenotato il pomeriggio per la sera, il secondo giorno dopo la riapertura dopo le ferie.
Menù Chez Philippe, un dieci portate, con piatti storici, piatti creativi e, nel mio caso, un paio di piatti nuovi, nel senso reale della parola, ossia delle (semi) anteprime.
Ho trovato un Leveillé in grandissima forma: nulla di fuori posto, niente di banale, con la giusta dose di inventiva anche nel piatto più classico, sapientemente alleggerito dalle mastodontiche quanitità di burro che una volta lo contraddistinguevano.
Piatto da ricordare: II cetriolo, l’ostrica e iI lime
A voler trovare un difetto a tutti i costi, la zuppetta di lumache all’acetosella e croccante di erbe aromatiche era un pochino asciutta, ma il sapore era da dieci e lode.
Menù Chez Philippe da dieci portate (oltre amuse bouche e piccola pasticceria) a 180,00 euro che diventano 240,00 euro con un pairing veramente molto molto interessante.
Ciò dimostra, ancora una volta, che è possibile mangiare bene senza dover necessariamente dover vendere un rene.
Servizio piacevole e per nulla ingessato.

(II cetriolo, l’ostrica e iI lime)
21.9 ⭐️ (N)
Ci sono finito per puro caso mentre andavo, lemme lemme, verso Pinerolo: considerato che il camogli, in autogrill, ha raggiunto un costo di quasi 10 euro, mi sono detto “incarinamo il vero significato della stella e, quindi, cerchiamo un ristorante in cui fermarsi lungo la via“.
Sono così approdato al Ristorante 21.9 all’interno della Tenuta Carretta, ossia una cantina, copio incollo dal sito, «ricca di storia, una tra le più storiche aziende italiane dove passato, presente e futuro si integrano nel migliore dei modi».
La location del ristorante è indubbiamente molto bella, calda, ma altrettanto desolante: unico ospite del pranzo.
Leggo dal sito che ha conquistato la stella Michelin nel 2003…
Ecco, forse, nel 2003, questi piatti potevano avere una loro dimensione, ma, oggi, li ho trovati di una banalità disarmante, sia nella loro concezione, che nel loro gusto.
Non ho trovato in essi alcunché che non potresti trovare in un qualunque ristorante di fascia media.
Da dimenticare la pancia di maiale, ananas al barbecue, pepe Sichuan, troppo grassa e troppo dolce: il poco pepe Sichuan, l’unico che avrebbe potuto alleviare la sensazione di stucchevolezza, che pervadeva il piatto, e dare un bilanciamento, non riusciva a emergere e, quindi, è stato difficile arrivare in fondo.
Uno dei signature dello Chef, ossia la crema di zucchine con seppie, servito come amuse-bouche, mi ha ricordato veramente tanto, colore a parte, il famoso cappuccino di seppia di Alajmo.
Servizio nella media anche se incerto sulla genesi del menù: quando ho chiesto l’origine delle Contaminazioni (il nome del menù), la risposta è stata molto vaga e titubante.

(Gambero e anguria)
Piazza Duomo ⭐️⭐️⭐️
È inutile, per quanto detto da un carnivoro convinto, quando si parla di vegetale non si può che parlare di Enrico Crippa e di Piazza Duomo: con lui i vegetali raggiungono livelli di profondità difficilmente eguagliabili per la loro maniacale coltivazione, scelta e, infine, per la loro preparazione.
Quando penso ai vari ristoranti, in giro per l’Europa, che decantano i propri orti, spesso delle dimensioni del salotto di casa mia, come se fossero qualcosa di unico al mondo, penso subito all’orto di Piazza Duomo… ed ecco che, per magia, tutti questi orti, nella mia mente rievocano i c.d. orti di guerra.
Allo stesso modo quando si parla di insalate.
Ormai l’insalata gourmet sta diventando un must, ma spesso si tratta di uno scimmiottamento della 21, 31, 41… di Crippa, creata, se non erro, nell’ormai lontano 2007.
Anche questa volta, sono rimasto letteralmente basito da come un vegetale, spesso lavorato lo stretto necessario, se, non addirittura, non lavorato, possa diventare una portata fatta e finita che ti blandisce il palato come, ad esempio, con la zucchina pasticcina negli amuse-bouche, il pomodoro ananas all’interno del pomodoro o il cucamelon, piacevole passaggio all’interno del cetriolo.
I piatti non puramente vegetali, invece, non li ho trovati così stratosferici, per quanto certamente ottimi. Forse un gradino sotto il comparto dei dolci, soprattutto wanna be mochi.
Ciò non toglie che anche questa visita non può che confermare il mio giudizio su Piazza Duomo, ossia uno dei tre ristoranti tre stelle Michelin italiani che meritino veramente.
Piatto da ricordare: porcino
Considerando che è un tre stelle, il servizio, per quanto certamente impostato e millimetrico nei movimenti, è risultato essere più che familiare nell’approccio umano, se si esclude la smodata pervicace solerzia con cui ti riempiono il bicchiere, sia esso dell’acqua o del vino, appena hai finito di berne un sorso.
I tempi della cucina sono stati eterni, ai limiti del sequestro di persona: mi seduto al tavolo alle 12:35, servita la piccola pasticceria alle 15:26.
È vero che è bello stare seduti a tavola, ma con venti persone in cucina, mi aspetterei dei tempi leggermente più contenuti.
Carta vini con prezzi da ustione alle mani.

(Cetriolo)